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Capitolo 4 – IBM

da | Storia dell'informatica

L’inizio del colosso: quando IBM non era ancora IBM

Nel vasto panorama della storia dell’informatica, prima di diventare la multinazionale capace di far tremare anche le tastiere più impavide, IBM si chiamava… diversamente. Correva l’anno 1896 quando un tizio niente male di nome Herman Hollerith fondò la Tabulating Machine Company, l’embrione di quella che un giorno avrebbe spaccato tutto. L’idea? Semplificare i conti del censimento americano del 1890, che fino a quel momento richiedeva più tempo di una coda in posta con i pensionati del mese.

Hollerith se ne uscì con una genialata: le schede perforate. Una roba che sembrava semplice (un cartoncino bucato), ma che permise di processare milioni di dati in tempi record per l’epoca. Chi lavorava al censimento smise di sognare di lanciarsi dalla finestra e iniziò ad apprezzare la vita (più o meno).

IBM ANCORA NON SI CHIAMAVA IBM, MA GIÀ STAVA A CONTÀ PIÙ DEL COMMERCIO RIONALE.
LA MACCHINA A SCHEDE PERFORATE DI HERMANN HOLLERITH: IL CENSIMENTO NON FU MAI COSÌ VELOCE (PER L’EPOCA).

Le schede perforate: precursori del copia-incolla… ma in cartone

Le schede perforate sono state il Google Drive di cartone per decenni. Ogni scheda conteneva dati bucati (letteralmente) che venivano letti da una macchina attraverso sensori meccanici o elettrici. Un po’ come se per leggere una mail oggi dovessi usare una bucatrice e una fionda, ma hey, funzionava!

Venivano usate ovunque: nei censimenti, in ambito militare, nelle banche e persino per le bollette della luce. L’operatore umano inseriva una scheda alla volta, sperando che non si inceppasse la macchina o che il gatto non si addormentasse sopra lo stack. Perché sì, si inceppavano più dei toner compatibili e a volte bastava una scheda storta per bloccare tutto come un PC con Windows Millennium.

Queste meraviglie tecnologiche vennero utilizzate intensamente fino agli anni ‘70 e persino nei primi anni ’80, altro che cimelio da museo. Alcuni istituti bancari, con budget risicati e tanta fede, le hanno usate anche ben oltre.

Piccolo aneddoto personale, raccontatomi da mio suocero che in IBM ha trascorso anni: pare che in IBM negli anni d’oro delle schede perforate ci fosse un’usanza un po’… infame. Le schede andavano inserite in un ordine preciso nel lettore meccanico e, prima di caricarle, si dovevano battere su un bordo metallico apposito per allinearle bene. Questo bordo era fissato al tavolo del lettore con due viti. Ora, indovina cosa facevano gli impiegati più “goliardici”?

Esatto: svitavano il bordo, lasciandolo lì in apparenza come se nulla fosse. Il nuovo assunto, ignaro del complotto aziendale, seguiva diligentemente la procedura, batteva le schede… e ZAC! Tutto in terra. Schede sparse, ordine andato a farsi benedire, panico puro. Intanto i colleghi rotolavano dalle risate dietro l’armadio degli schedari.

Per fortuna, il rito di passaggio finiva lì: gli stessi colleghi poi si facevano avanti per aiutarlo a ricomporre l’ordine, spiegando anche come evitare la trappola alla prossima occasione. Un mix di crudele accoglienza e tutorial in stile IBM, altro che onboarding aziendale moderno.

SCHEDA PERFORATA – QUANDO IL CTRL+C ERA UN PEZZO DI CARTONE CON I BUCHI

La Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa definitiva

Quando nel mondo iniziarono a volare più bombe che piccioni, IBM capì che era il momento giusto per dimostrare tutto il suo potenziale. Collaborò strettamente con il governo degli Stati Uniti, fornendo supporto tecnologico attraverso i suoi sistemi di calcolo basati sulle schede perforate. Queste venivano usate per tracciare truppe, logistica, produzione e per ogni tipo di statistica utile a vincere una guerra.

Tra i progetti più interessanti dell’epoca spicca il Mark I, un mastodonte meccanico costruito in collaborazione con Harvard. Lungo quasi 17 metri e rumoroso come una tipografia sotto Red Bull, poteva eseguire operazioni matematiche automatiche senza perdere il conto (quasi mai). Fu il primo grande calcolatore elettromeccanico e segnò l’inizio della fine del cartaceo puro.

IBM HARVARD MARK I – LUNGO COME UN AUTOBUS E PIÙ RUMOROSO DI UNA SALA LAN NEGLI ANNI ’90.

L’era dei mainframe: quando l’IBM System/360 era più importante del Papa

Benvenuti negli anni Sessanta, quando la gente cominciava a ballare il twist, a mandare razzi sulla Luna, e l’IBM decideva che era il momento buono per diventare una divinità dell’informatica. E come lo fa? Tirando fuori dal cilindro il leggendario System/360, una serie di mainframe che, nel mondo della tecnologia, ebbe più effetto del Concilio Vaticano II nel mondo della religione.

Il bello del System/360 era che rappresentava un’idea rivoluzionaria: una famiglia di computer compatibili tra loro. Ti sembrerà una cavolata oggi, ma all’epoca era come dire “Oh, guarda, posso cambiare computer senza riscrivere tutto da capo!”. In un’era in cui i computer erano pezzi unici, ciascuno con il proprio linguaggio, il proprio hardware e spesso anche con il proprio ego, questa compatibilità era manna dal cielo.

Non era solo un trionfo tecnico, era una visione. Le aziende che si erano già indebitate per comprare il modello piccolo potevano poi passare al fratello maggiore senza buttare tutto nel cesso. E in un mondo dove “aggiornare” significava spesso bruciare l’ufficio e ricostruirlo da capo, era quasi un miracolo.

L’adozione fu massiccia. Governi, università, banche, multinazionali: tutti volevano un System/360 nel loro scantinato refrigerato. In molti casi era più importante del direttore generale. Era il cuore pulsante delle operazioni, il cervello dietro i documenti fiscali, i registri scolastici, i progetti spaziali e probabilmente anche qualche schedatura che oggi non faremmo più.

Ogni System/360 aveva le sue console gigantesche, le sue lucine, i suoi beep ipnotici. I tecnici IBM che ci mettevano mano sembravano sacerdoti di un culto tecnologico, e il rispetto verso quei macchinari sfiorava l’idolatria. “Hai toccato il System senza scaricarti l’elettricità statica? Maledetto pazzo, vuoi farlo esplodere?”

Ma la cosa veramente spettacolare era la mentalità: per la prima volta si pensava in grande, in termini di scalabilità, di investimento a lungo termine. La IBM, con il System/360, non vendette solo computer: vendette fiducia, continuità e un’architettura solida come un Panettone dell’esercito.

In quel periodo, la presenza dell’IBM era ovunque: un mainframe ogni battito di ciglia, un cavo ogni sospiro. Avevano il monopolio dei dati, il rispetto dell’industria e probabilmente anche un posticino nei sogni erotici di qualche nerd ante-litteram. Non era solo business, era potere.

Ah, e se per caso ti stai chiedendo perché questa roba fosse tanto rivoluzionaria, pensa al casino che hai fatto quando hai cambiato telefono e hai scoperto che le note vocali di WhatsApp non si salvavano. Ora moltiplica quella frustrazione per mille e avrai un’idea di com’era la vita prima del System/360.

IBM SYSTEM/360 – IL MAINFRAME CHE SI FACEVA TEMERE PIÙ DELLA CONFESSIONE DELLA DOMENICA.

L’avvento dei PC e la collaborazione (fallimentare?) con Microsoft

All’inizio degli anni ’80, IBM decise che era arrivato il momento di buttarsi anche nel mercato dei personal computer. Dopo aver dominato il mondo dei mainframe, voleva mettere piede anche nelle case, negli uffici, nei garage dei nerd americani col sogno di diventare ricchi come… beh, Bill Gates.

Nasce così, nel 1981, l’IBM PC 5150. Un computer solido, semplice, modulare, con componenti “open” e un design sobrio, più simile a un tostapane che a una macchina futuristica, ma capace di entrare nella storia. C’era solo un problema: a IBM serviva un sistema operativo. E qui entra in gioco il famigerato errore strategico più epico del XX secolo.

IBM si rivolge a un giovanissimo Bill Gates, che all’epoca gestiva una Microsoft ancora in fase embrionale. “Hai un sistema operativo da venderci?” chiesero. Bill, che non l’aveva, disse “Certo!”, poi andò a comprarlo da un’altra società (Seattle Computer Products), lo sistemò alla bell’e meglio e ci appiccicò sopra l’etichetta MS-DOS.

Fin qui tutto bene, tranne che Microsoft non cedette il codice in esclusiva a IBM. Gli vendette solo la licenza d’uso. Tradotto in termini semplici: IBM pagava per usare MS-DOS, ma Microsoft poteva venderlo anche ad altri. E lo fece. A tutti. Ma proprio a tutti. In pratica, Bill Gates diventò l’unico fornitore del software che girava su ogni PC compatibile IBM, aprendo le porte al dominio assoluto di Microsoft nel decennio successivo.

IBM, invece, cercò di reagire. Provò a rilanciare con OS/2, un sistema operativo sviluppato inizialmente proprio con Microsoft, ma che non prese mai veramente piede. Nel frattempo, i cloni IBM (i cosiddetti “PC compatibili”) si moltiplicavano come conigli radioattivi, e ogni volta che veniva venduto un clone… Microsoft faceva cassa.

Morale della favola? IBM inventò il personal computer moderno, ma fu Microsoft a controllarlo. E mentre Gates diventava uno degli uomini più ricchi della storia, IBM si leccava le ferite e iniziava una lenta e dolorosa uscita di scena dal mercato consumer. Un’uscita che però era solo il prologo di una trasformazione colossale.

Il declino (forse) e la trasformazione: addio all’hardware?

Quando negli anni 2000 IBM si rese conto che nel mercato dei PC stavano arrivando i lupi (leggasi: Dell, HP, Asus e compagnia cantante), decise che forse era il caso di non farsi mangiare il culo con l’agenda dentro. Così, nel 2005, chiuse uno dei suoi capitoli più iconici: vendette l’intera divisione PC, compresa la storica linea ThinkPad, a Lenovo, una compagnia cinese che all’epoca era in forte ascesa.

Ma facciamo chiarezza: i ThinkPad non erano robetta. Anzi, per molti anni furono considerati i laptop più solidi, affidabili e professionali sul mercato. Furono i primi a introdurre tecnologie come il TrackPoint (quella specie di funghetto rosso in mezzo alla tastiera) e i sistemi di protezione anti-shock per l’hard disk. In pratica, erano i portatili da battaglia per manager, ingegneri e perfino astronauti. Non a caso la NASA li ha usati sulle missioni Shuttle.

Quando Lenovo acquistò la divisione nel 2005, mantenne gran parte del design, dell’ergonomia e della filosofia originale, migliorandoli con il tempo. Ed è per questo che, ancora oggi, i ThinkPad esistono e continuano a essere tra i migliori notebook professionali in circolazione. Solo che ora sopra c’è scritto Lenovo, non IBM.

THINKPAD – IL PORTATILE CHE SI PIEGAVA PRIMA DELL’AIFON, MA SENZA ROMPERSI

Ma IBM non ha fatto un declino. No. Ha fatto una mutazione da super saiyan imprenditoriale. Ha detto: “Ragazzi, lasciamo stare i computer domestici, noi puntiamo a cose grosse”. E da allora ha investito su tutto ciò che si muove dietro le quinte dell’era digitale: cloud computing, intelligenza artificiale, sicurezza, automazione industriale, blockchain e persino calcolo quantistico.

Giusto per dire due cose concrete: IBM ha sviluppato Watson, la sua AI che un tempo batteva i campioni di Jeopardy e oggi aiuta le aziende a non fare figuracce nei meeting. Ha inventato roba come il POS bancario, il cassetto bancomat intelligente, il PowerPC (che usava pure Apple nei suoi Mac prima dell’era Intel), e continua a sfornare brevetti come un panettiere paranoico alle 6 del mattino.

Quindi sì, forse per il grande pubblico IBM “non si vede più”. Ma è solo perché lavora dietro le quinte. Se Internet è la festa, IBM è il tecnico luci. Sta lì, in alto, invisibile, ma senza di lui non si vede un cazzo.

IBM oggi

Se pensi che IBM sia sparita nel nulla, tipo le gomme da masticare alla menta, sei fuori strada. Oggi IBM è più viva che mai, solo che non la vedi nei volantini dell’Unieuro. Non fa più PC, non fa più stampanti, e non ha nemmeno un assistente vocale scemo da dire “Ehi IBM, accendi la luce”. Ma guadagna un botto.

Nel 2023, il fatturato IBM ha superato i 60 miliardi di dollari. Sì, miliardi. Senza vendere nemmeno un portatile. L’azienda oggi si concentra su cloud computing, intelligenza artificiale, big data, sicurezza informatica, software enterprise, blockchain e calcolo quantistico. In pratica, tutto ciò che fa girare il mondo, ma che non sta in uno scaffale del MediaWorld.

Gestisce piattaforme come Watson, fa consulenza ad aziende grandi come continenti, costruisce computer quantistici che sembrano usciti da un film di Nolan, e mantiene server che gestiscono milioni di transazioni bancarie ogni giorno. È la spina dorsale silenziosa di Internet, dei servizi sanitari, delle grandi multinazionali.

Non vedi IBM perché non fa pubblicità con panda e bambini felici. Ma ti basta accedere al conto in banca, spedire una raccomandata digitale o fare una visita in ospedale per essere entrato – senza saperlo – in una macchina che, in qualche modo, passa da IBM.

Se hai un’azienda, è probabile che tu stia usando già qualcosa di IBM. E nemmeno lo sai. Che è un po’ come avere una vecchia zia che ti fa i bonifici senza dirlo a nessuno.

Curiosità: i brevetti e la follia delle invenzioni IBM

IBM non è solo potenza e storia. È anche un pozzo infinito di brevetti. Per anni è stata l’azienda con più brevetti registrati al mondo, con una media di 8.000-9.000 all’anno. Roba che nemmeno il notaio sotto casa tua riesce a timbrare in una vita intera.

Tra i brevetti troviamo idee geniali, innovazioni vere, ma anche roba ai limiti del ridicolo. Alcuni esempi realmente registrati da IBM:

  • Un sistema per calcolare quanto cibo è rimasto nel frigo sulla base della temperatura e dell’aria interna. Così non devi più aprirlo (ma muori di fame comunque).
  • Un brevetto per rilevare se stai scrivendo troppo forte sulla tastiera. Tipo se sei incazzato e stai per licenziarti, la macchina lo capisce prima di te.
  • Un algoritmo per monitorare lo stato emotivo dell’utente in videoconferenza. Se piangi in call, IBM lo sa. Se ti addormenti, pure.

In pratica, hanno brevettato di tutto, da sistemi di raffreddamento futuristici fino al “concetto” di un pulsante che cambia colore se ci clicchi sopra. Non è una barzelletta: è solo l’IBM che non lascia nulla al caso.

Questo approccio paranoico-geniale ai brevetti ha permesso a IBM di restare sempre rilevante, anche quando non era sotto i riflettori. È come quel compagno di classe zitto zitto che copiavi sempre ai compiti. Oggi, molto probabilmente, lavora in IBM.

Se hai un vecchio ThinkPad non lo buttare, è storia. E se non è troppo vecchio e la buona vecchia Microsoft non te lo fa più aggiornare a Windows 11, contattami: potremmo dargli nuova vita, proprio come al caro X260 che sto usando per scrivere questo articolo.

Molte delle immagini usate in questo articolo sono state gentilmente “prese in prestito” dal blog ufficiale di IBM (https://www.ibm.com/it-it/think?lnk=L0G). Quindi per favore, cari avvocati IBM: la mia parte l’ho fatta, non mi denunciate per violazione di copyright. In fondo, è anche pubblicità gratuita, no? Non che vi serva. Dai, su. Pace e bit. 😇